La geografia politica di Hermann Hesse

Di Paul Noack

 

La storia della ricezione di Hermann Hesse è un ottimo esempio per la comprensione variabile da parte dei suoi lettori, una comprensione infatti che non riguarda il singolo lettore, ma intere comunità, correnti storiche, stati d'animo. Nel corso della sua vita egli fu considerato in primo luogo il prototipo di una generazione di giovani che soffrì sotto il giogo della scuola dell’impero. In secondo luogo, all’epoca del romanzo Il lupo della steppa, nel 1927, fu uno dei primi rappresentanti della critica della civilizzazione di oggi tempo. Già nel 1922 fu considerato un frontaliere nel paese della saggezza orientale per il suo libro Siddhartha, ma più tardi anche per Pellegrinaggio nell'Oriente pubblicato dieci anni dopo. Inoltre nel romanzo pubblicato nel 1943, Il giuoco delle perle di vetro, sembrava indicare una via d'uscita dalla autodistruttiva vita attiva europea, che aveva condotto a due guerre mondiali. Infine diventò in questo modo una figura dominante per i figli dei fiori e gli hippies degli anni '60. In ogni caso sembra comunque che l'immagine della sua esistenza umana solitaria, alla ricerca della perfezione percorrendo i sentieri dell’interiorità, una via quindi, che non contemplava le realtà sociali e politici, sia sempre rimasta al centro dell’interesse.

 

A questa immagine Hesse deve il suo successo. Ma si sbaglia interpretandolo soltanto in questo modo. Certamente questo Hesse c'è. Ma attraverso i decenni c'è anche un Hesse politico. Si occupò intensamente sia delle tendenze politiche del suo tempo che degli stati, nei quali la politica si rappresentava e si articolava. È necessario quindi riportare questi aspetti, perché nonostante l'impegno instancabile e meritevole del curatore delle sue opere Volker Michels è ancora di moda l'interpretazione di Hesse come un poeta regionale disprezzabile, spirituale, ma limitato, addirittura di quella spiritualità tedesca che, con il rafforzarsi della teoria letteraria sociologica, fu sempre di più considerata come precursore del nazionalsocialismo. In un certo senso Hesse è veramente molto tedesco, ma nel senso che Volker Michels gli ha dato quando ha scritto: "Non erano infine la sensibilità e l'incorruttibilità, che Thomas Mann aveva in mente, quando scrisse su Hesse: 'Non c'è niente di più tedesco di questo scrittore e della sua opera di una vita – niente che sia più tedesco nell'antico senso allegro, libero e spirituale, al quale il nome tedesco deve la sua gloria più alta, la simpatia dell'umanità.'" E quindi non è solo ingiusto - questo è normale vista la concorrenza letteraria che c'è, e il giudizio sarebbe da accettare -, ma semplicemente sbagliato, quando Gottfried Benn scrive nel 1946: "Hesse. Piccolo uomo. Spiritualità tedesca, alla quale sembra già colossale se da qualche parte si subisce o commette un adulterio. Alcuni versi carini, chiari in gioventù. Amico intimo di Thomas Mann. Il premio Nobel quindi molto azzeccato e adatto in questa Europa che sa di muffa."

 

Ho cercato quindi già in altro luogo di evidenziare gli elementi politici costanti in Her-mann Hesse. Il presente contributo in un certo modo continua e allarga questo tema: gli elementi costanti politici di Hesse, esemplificati nell'ambiente politico in cui vive e che lo opprime. Con l'esempio delle sue reazioni si può mostrare come la storia politica, la storia delle idee e anche la critica culturale in lui formino un amalgama che non si può applicare ad ogni singolo caso ma che si deve sempre aver in mente.Sono infinite le prove per questa teoria. Per maggior chiarezza nel procedere mi limiterò alle sue lettere come prove. Le lettere sono in generale l'espressione non filtrata di quello che un uomo pensa.Che cosa distingue la geografia politica da quella fisica? È la nitidezza dei profili, so-no i colori chiaramente distinti, nei quali le formazioni politiche, chiamate stati, non sono distinte come 'alto' o 'basso', 'fertile' e 'non fertile', come 'buono' e 'cattivo', 'capitalista' o 'comunista', ma semplicemente secondo la grandezza geografica. Le frontiere formano i disegni, non la tratteggiatura, non l'ombreggiatura, non la sfumatura quindi, ma il contrasto. Così si distingue la geografia politica di Hesse da quella poetica, quindi non la sfumatura, ma il contrasto? Sí e no. Un giudizio politico, cioè il giudizio su una comunità, un popolo, una nazione - i giapponesi sono...la Gran Bretagna è... - sempre comporta anche una generalizzazione. L'individuo (di solito l'unità fondamentale del pensiero di Hesse), sguscia facilmente tra le maglie, si perde nella sua particolarità. Forse solo per questo è inadeguato l'avvicinamento politico generalizzante all'oggetto della curiosità scientifica, che si chiama Hermann Hesse? No, naturalmente. Perché è un uomo eminentemente politico. Il fatto che Hesse non sia mai stato giudicato in questa prospettiva (anche se Joseph Mileck p. es. nella sua biografia pubblicata in lingua tedesca parla anche di Hesse politico in ogni fase della sua vita), si spiega con la constatazione ripetuta del poeta di essere un uomo assolutamente apolitico, creduta inconfutatamente e senza mai essere provata. Hesse è un ottimo esempio di quanto l'autointerpretazione dei poeti debba essere trattata con cautela. Ora, questa autovalutazione si fonda su un malinteso particolare, che suona pressappoco così: per essere un uomo apolitico basta non amare la politica. Ma proprio questo è insufficiente come definizione. Per essere un uomo politico, - simpatia o antipatia - in primo luogo è necessaria un impegno sistematico con le questioni sociali e politiche imminenti. In questo caso non si possono evitare prese di posizione in proposito. Non può essere diverso. In questo senso Hesse era - come detto - un uomo eminentemente politico.

Ma i modelli di pensiero politico di Hesse si possono seguire non solo nel loro conte-sto di ideologia politica. Si affermano anche nel contesto geopolitico. Vorrei di segui-to documentare in che modo i popoli e gli stati si rispecchiano nei commenti di Hes-se, vorrei esaminare fino a che punto egli ripete pregiudizi correnti, fino a che punto è originario o originale, fino a che punto è in grado - molto importante in questo contesto - di separare gli stati d'animo mentali e spirituali (per così dire indipendenti dal luogo) da osservazioni (diciamo empiriche) nel tempo e nello spazio. Vorrei quindi seguire la geografia spirituale di Hesse nei suoi punti d'incrocio con quella politica. Per questo non parlerò tanto dal fatto conosciuto che l'opera di Hesse è in molti aspetti pervasa da influenze cinesi e indiane. Ma è molto interessante una frase del 1911 - un primo esempio per quello che intendo dire -, nella quale egli esprime un modo di considerare genuinamente politico, se scrive: "Gli indiani sono [...] deboli e senza futuro. Solo i cinesi e gli inglesi fanno l'impressione di essere forti e di avere un futuro." Nello stesso tempo vorrei portare l’attenzione su due macchie bianche nella mia geografia politica. Non sono state riempite perché in primo luogo salterebbe lo spazio di questa relazione, e in secondo luogo sono abbastanza documentate. Il primo punto è il rapporto di Hesse con la Germania e con i tedeschi, il secondo il rapporto di Hesse con la Francia.

 

Con la citazione sull'India e sulla Cina si evidenzia per la prima volta come Hesse seppe distinguere chiaramente fra le creazioni culturali e civilizzatrici di un popolo o uno stato e le loro forme politiche. È un'osservazione che si può fare attraverso i de-cenni. Se ci fermiamo per il momento alle tre grandi Asie, i cinesi, gli indiani e i giap-ponesi, stupisce con quale costanza il poeta è capace di separare l'inclinazione mentale e l'osservazione, la vicinanza spirituale e il giudizio politico. Se nel 1911 il mondo malese e indiano (Ein Maskenball - Un ballo in maschera) sono lo sfondo nel quale la sua ammirazione per la Cina si sviluppa: "Il mondo cinese mi diede l'impressione meravigliosa di razza e cultura", quattro anni dopo, nel 1915 - assolutamente giustificato dalla realtà - gli è chiaro: "Gli unici che hanno uno scopo chiaro che cercano di raggiungere senza sentimentalità, sono i giapponesi." Quello che allora sperava, tuttavia è questo: che un giorno i cinesi vincessero spiritualmente sui giapponesi come i greci sui romani. Hesse mantenne per molti decenni, spesso anche con un accento negativo, questa valutazione del Giappone come la cultura meno originale, ma più capace di affermazione. Infine egli annota nel 1962: "I giapponesi sono quelle che divorano le mie cose più avidamente; la loro cultura si sta sciogliendo completamente." Quindici anni prima aveva usato quasi le stesse parole, nel 1947, per lo stato della Cina. Anche della Cina scrisse che stava "sciogliendosi completamente" e continua: "Fra poco saranno in grado di esprimere i loro sentimenti e pensieri appiattiti nei rapporti internazionali ugualmente piatti." E solo poco dopo dice: "Dopodichè il comunismo, il nazionalismo e il militarismo sono diventati fratelli, l'Oriente per il momento ha perso la sua magia." Per quanto riguarda il contatto fra l'oriente e l'occidente queste sono quasi le sue ultime parole. Gli effetti dell'influenza occidentale vengono interpretati nel loro complesso come un appittimento dell'Oriente, come una occidentalizzazione senza nessun motivo, che ha la sua origine nei cambiamenti delle politiche di potere, preparati dal periodo fra le guerre dal 1919 al 1939 e suggellati dai lanci di bombe su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

 

Se prendiamo l'esempio della Cina, vediamo per la prima, ma non per l'ultima volta,in quale maniera intensa Hesse si appropria del palcoscenico internazionale e come nel corso di questa osservazione rivede anche i suoi giudizi. Se nel 1911 dice: "Sui cinesi si possono dire solo grandi cose […] un popolo imponente.", questo elogio viene relativizzato già nel 1925, perché a lui, "all'uomo asociale" come dice, "rimane estraneo il loro splendido ordine morale nonostante tutta l'ammirazione per esso". Una frase del 1955 suona infine come un commiato ad un fascino passato: "I cinesi, una volta il popolo più pacifico e più ricco di dichiarazioni antimilitaristiche del mondo, oggi sono diventati la nazione più temuta e spietata. Hanno attaccato e conquistato il santo Tibet […] in modo barbarico e stanno minacciando continuamente il Tibet e ogni altro stato confinante."

 

Siccome non parlo della Francia e della Germania, aggiungo a questo punto alcune frasi sul giudizio sugli inglesi, sulla Gran Bretagna. Vengono sottoposti ad un giudizio diverso, anche se contrario. In generale Hesse li ammira, soprattutto prima della prima guerra mondiale. Ma con il sorgere del regime di Hitler il suo pensiero cambia. Nel 1938 implora l'Inghilterra di voler riconoscere la vera realtà politica mondiale davanti al "Terzo Reich". Con riguardo agli accordi di Monaco e alla politica inglese dell'"appeasement" prontamente descrive il primo ministro inglese Chamberlain con l'epiteto di un "vecchio asino e una parassita", che però corrispondeva assolutamente alla situazione di allora. Più tardi, nel 1946, esclude solo gli inglesi dal rimprovero che i vincitori trattino l'Europa in modo "incapace e duro". E nello stesso anno constata: "Da molto tempo solo degli inglesi si sentono delle cose umanamente nobili e degne di riconoscenza." Qui si vede: L'avversione contro il moralizzare inglese e l'ammirazione per un pragmatismo europeo con una tinta umana sono perfettamente bilanciati.

 

Le cose stanno un po’ diversamente per quanto riguarda gli americani e gli USA - si possono seguire l'avversione e il rifiuto in quasi tutti i commenti di Hesse riguardo all'America come nazione, agli americani come popolo, all'American Way of Life o alla psicologia politica americana. Senza fargli torto si può constatare che in questo rifiuto dell'America e degli americani si ritrova il segno della critica culturale, una ab-breviazione di affetti anticivilizzatori generali. Perché, per dirla in breve, Hesse vede nell'America nient’altro che, in primo luogo, un esagerato comportamento "europeo" difettoso il quale potrebbe, in secondo luogo, diventare pericoloso per l'Europa se non vuole perdere la sua identità. "L'americano" entra solo con esitazione nell'oriz-zonte dell'"europeo" Hesse e perciò anche la menzione degli USA avviene con esita-zione. Ma da quando avviene, il termine è connotato negativamente. D'altra parte ci sono suoi commenti precedenti alla prima guerra mondiale nei quali egli distingue acutamente fra quello che rifiuta e quello che la sovversione americana significa per l'Europa: "Gli americani sono un popolo, dal quale noi dopo saremo divorati." Inge-nuità e mancata spiritualità sono gli attributi, che ritornano sempre dagli anni venti in poi. (Detto a parte, si deve tenere in mente che proprio nel Lupo della steppa Hesse assegna agli ingredienti della civilizzazione americana - per es. il jazz, il cinema - delle attribuzioni perlomeno ambivalenti.)

 

In ogni caso nel 1929 Hesse trova che il tedesco moderno nella sua mancata spiri-tualità sia "ancora più sgradevole dell'americano", perché quello in più si vanta delle sue tradizioni. Nel 1930 sorprende con una riflessione sul fenomeno frequente all'e-poca delle lettere a catena presumibilmente di origine americana e parla del carattere emozionale e spirituale "crudele, incredibilmente ingenuo e infantile dell'americano, che è molto furbo nelle cose finanziarie tecniche, ma un bambino di tre anni nelle cose religiose, morali e spirituali." Questo sfogo indifferenziato, basato su pregiudizi, ha poi comunque delle conseguenze politiche. Così si spiega perché Hesse dopo il 1945 non si fida dell'America come potenza mondiale per quanto riguarda il nuovo assetto dell'Europa. Il suo pregiudizio prende forma nella affermazione, che gli americani probabilmente non sanno che cosa fanno o che cosa dovrebbero fare. Ancora prima della fine della guerra, durante la conferenza di Jalta nel 1945 dice: "Se leggo come gli americani vogliono amministrare la futura Europa, mi viene in mente la sentenza di un vecchio cinese su Confucio: "Non è lui quello che sa che non va, e lo fa lo stesso? Solo che l'americano naturalmente non ha nessuna idea che sta per intraprendere qualcosa che 'non va.'" Queste due citazioni non sono le uniche prove di una predisposizione per un comunismo di carattere anarchico. Da essa risulta il rifiuto di un sistema politico capitalista, dominato dalle grandi banche, per il quale - come già detto - gli USA stanno come una sigla. Si capisce da questo soprattutto che Hesse non ha mai considerato gli USA degni di lode. L'America per lui è e rimane il paese di uno stile di vita troppo ottimistico, in gran parte non riflettuto, che - come dimostrava già l'esempio delle "lettere a catena" - si è esteso già in tutti gli ambiti della vita e in questo modo domina anche la politica. Questo vale per es. per la "stupida ammirazione della gioventù e della giovinezza, come affiora per es. nell'America" (1948). Questo aspetto nel gennaio del 1946 è considerato come "l'assalto ben ordinato della barbarie sul nostro occidente morente" e in una critica diretta a Thomas Wolfe ag-giunge che "egli è troppo americano, troppo ubriaco in modo giovanile del proprio mondo e della propria dinamica." Col passare degli anni il giudizio di Hesse forte-mente critico rispetto ai tempi e alla cultura dominante si trasforma in prese di posi-zione direttamente politiche. Queste si nutrono soprattutto della paura di una futura guerra atomica e del McCarthyismo antisovietico frequente all'epoca.

 

In una lettera del 1955 scrive: "In America, oggi le persone che si battono per la pace e per la ragione sono banditi come da voi." Sfortunatamente la sua antipatia aumenta quando a metà degli anni quaranta entra in una disputa violenta con lo scrittore Hans Habe, allora ufficiale di stampa americano, che dà ancora nuovi argomenti al suo atteggiamento fondamentalmente antiamericano. Il massimo che riesce a ammettere da allora è un commento del 1961, poco prima della sua morte: "Per fortuna anche l'America di oggi ha dei tratti piacevoli oltre al resto."

 

Se la visione anticapitalistica del mondo di Hesse influisce chiaramente sulla visione degli USA come forza politica, in un’epoca che pensa in maniera antagonistica si po-ne subito un'altra domanda: Come vede Hesse l'altra forza mondiale, l'Unione Sovie-tica? Se il suo atteggiamento critico da una parte si nutre di una sensibilità anticapitalistica, ma dall'altra si dirige contro ogni forma di potere statale - ("Una abbondanza indecente di potere rovina l'uomo, sicuramente") – allora, almeno per quanto riguarda il primo aspetto, ebbe meno difficoltà con l'URSS che con gli USA. Non è detto però che considerasse l'URSS come stato in modo meno critico che gli USA. Così nel 1956 sottoscrisse una delle poche risoluzioni politiche, contro l'invasione sovietica dell’Ungheria, non senza esprimere nello stesso tempo la sua opinione critica sul rapporto di spirito e potere: "In generale cerco prudentemente di evitare la partecipazione a tali azioni, perché gli appelli e le proteste eternamente ripetuti di scrittorucoli irresponsabili in cose politiche mettono solo in maggiore evidenza l'impotenza della ragione e, data la loro frequenza, mettono ancora di più in dubbio il valore di queste manifestazioni." Il secondo rimprovero, quello della quantità indecente di potere, l'URSS doveva dividerlo con gli USA. Se si percepisce l'antipatia di Hesse contro l'America come non differenziata (gli USA come simbolo del capitalismo), si deve però notare che egli, che fu sempre vicino all'ideale di un socialismo dal volto umano, non fu mai schiavo di un'ammirazione incondizionata del socialismo statale dell'URSS, come invece successe a molti intellettuali negli anni trenta e quaranta. Certamente si sentì estraneo nel suo mondo, e lo attribuì anche alle sue condizioni di vita. Un esempio di questo estraneamento è una lettera del 1922, nel quale scrive a un amico in Svizzera: "Per me la realtà dell'ambiente e della borghesia di Zug per esempio, nella quale Lei vive, è tanto fantastico, estraneo e incomprensibile quanto la Russia sovietica." Ma con ciò la Russa sovietica viene comunque personificata come una forma estrema delle cose per lui estranee.

 

L'antipatia incondizionata per gli USA si spiega con il fatto che ciò che proveniva da lì toccava indirettamente anche la sua vita; rispetto a questo la realtà sovietica era lontana, quasi esotica. E rimase sempre scettico riguardo alla volontà sovietica di pace. Dopo la seconda guerra mondiale si rifiutò regolarmente di venire coinvolto nelle offensive comuniste di pace. E la sua argomentazione rimase sempre la stessa: "Non sono un amico dell'America e non sono un amico della guerra, ma non sono neanche un amico della menzogna e dei mezzi indecenti nella lotta politica." (1951) Non lotterà neanche - scrisse nel 1950 - "né per Truman né per Stalin", ma naufragherà con i milioni di uomini ai quali non si concedeva più il diritto alla vita e all’aria per respirare. Si rivolge addirittura contro le interpretazioni della storia contemporanea, che lodano l'America per "aver ucciso Hitler. Tacciono invece sul fatto che nello stesso tempo ha armato la Russia e aperto il grande periodo del comunismo mondiale." (1951) Con questa affermazione ha in mente non per ultimo il destino della Romania, il paese d'origine di sua moglie Ninon; ma si possono trovare spesso delle simili giudizi ambivalenti della realtà sovietica.

 

Ancora una volta: l'animosità percepibile e leggibile di Hesse contro gli USA ha le sue origini nel fatto che egli sente nascere in quel paese un nuovo potere sulla vita dominato esclusivamente dalla tecnica, che, essendo partorito dall’anima dell’Europa stessa, è in grado di mettere in pericolo le vecchie tradizioni europee molto di più che l'URSS. Queste tradizioni rappresentano per il poeta, nonostante tutte le limitazioni, spazio vitale e voglia di vivere. Quindi: l'antipatia piuttosto istintiva dell'America e la paura di pericolo e distruzione dell'Europa sono due lati, i due lati della stessa medaglia.

 

Arrivo all'ultimo capitolo: l'atteggiamento di Hesse verso l'Europa, verso - se mi è permesso di chiamarlo così - la sfida europea. (Posso in questo contesto solo indicare con quale dovizia di particolari egli ricondusse le cause del declino europeo agli sbagli del vecchio continente, soprattutto durante e dopo la prima guerra mondiale.) La posizione di Hesse come mediatore fra l'illuminismo occidentale e il suo apprezzamento di un individualismo estremo e una relativizzazione orientale dell'individuo, basata sulla meditazione - "in tutte le virtù belle, tranquille, passive la Cina è superiore" (1915) - si mostra molto chiaramente nel giudizio sul proprio continente e i suoi abitanti. Da una parta attacca l'incapacità dell'Europa di venire a capo di se stessa. Nel 1917 in mezzo alla guerra mondiale dice a proposito dell'"europeo" Romain Rolland: "Per me neanche l''Europa' è un ideale - fino a quando gli uomini si uccideranno tra loro, sotto la guida dell'Europa, ogni raggruppamento di uomini mi è sospetto." D'altra parte fu presto colpito da stati d’animo da fine del mondo. Invecchiato scrive ancora: "Ho fiutato presto il senso del tramonto dell’occidente." Ma da tale affermazione non traspare soddisfazione del profeta, ma la nostalgia dell’epigono. Quello che scrive nel 1956: "Ci troviamo sulle belle rovine della nostra cultura occidentale, probabilmente come una delle ultime generazioni", non è la sua ultima parola, perché aveva un rapporto estremamente ambivalente con questo tramonto, un rapporto tra l’altro influenzato da Oswald Spengler, che oscilla fra il prendere visione di ciò che è presumibilmente storicamente necessario e la ribellione contro questo destino. Il tramonto dell'Europa era per lui da un lato una parte del principio del "Muori e rinasci" dei popoli, che viene spiegato in una lettera del 1920 in modo esemplare: Il tramonto dell'Europa "non è naturalmente questione di terremoti o cannoni o rivoluzioni, ma per ogni individuo il momento di dire "sí" alla morte di vecchi e al sorgere di nuovi accenti e ideali." Nel contesto di una formazione così impostata aveva perso dopo la prima guerra mondiale la "fiducia in un futuro migliore", la storia mondiale gli appare come "il declino graduale di un ordine, che era divino", e scrive: "La storia mondiale è una femmina selvaggia". Tutto questo non gli impedisce di riscoprire, soprattutto verso la fine della sua vita, questa Europa, che non potrebbe essere per lui un ideale, "fino a quando gli uomini si uccidono l’uno con l’altro sotto la guida dell'Europa" (1917), per sé e per gli ideali che difendeva. Da dove venga questa, diciamo, riconversione europea, non è facile spiegare. Probabilmente era la reale minaccia militare che gravava sull’Europa, e con essa il pericolo per una forma di vita alla quale il poeta era più strettamente legato di quanto avesse presunto durante i decenni precedenti. La possibile perdita di essa, quando sembrava avvicinarsi, fu sentita più forte di prima come tale. La possibilità di pensare era diventata una possibilità politica - e così crebbe di nuovo l'identità fra lui e l'Europa. Probabilmente Hesse ha compreso negli ultimi decenni della sua vita che anche le forme vitali spirituali hanno bisogno di un ambiente politico reale, nel quale gli si permette di prosperare. Ma la speranza del 1917 ("ex oriente lux") di un rinnovamento tramite lo spirito orientale - "sulle rovine culturali sulle quali oggi ci troviamo, la religione, la cultura vogliono crescere.

 

Queste voci monitorie indicano verso oriente, a Lao Tse e a Cristo," - dopo due guerre mondiali e nella mutata situazione della politica mondiale hanno perso per lui di significato reale.

Più tardi è la delusione per il diverso, per il non-europeo, per i sovietici come per gli americani che nel 1946 lo spinge a dire: "Nel frattempo quello che è rimasto dell'Eu-ropa è distrutto dagli USA e dai russi. Spero di poter morire senza aver mai fatto la più minima concessione a questi poteri." (1946) Non l'ha fatto. Il poeta stanco del-l'Europa e in fuga da essa alla fine riprende il concetto di una possibile missione dell'Europa, l'articola e vede in questo modo una missione per il futuro del vecchio continente. La testimonianza più bella di questo si trova in una lettera a Thomas Mann del 1945: "L'Europa che intendo, non sarà uno scrigno di ricordi, ma un'idea, un simbolo, un centro di forza spirituale, come per me le idee Cina, India, Budda, Kung Fu non sono bei ricordi, ma la cosa più reale, concentrata, sostanziale che esista." L'Europa riceve così di nuovo un incarico. Ciò che qui sembra una parallelismo equivalente, un mese dopo la fine della guerra viene espresso in modo ancora più accentuato. Allora si esprime chiaramente il timore che la perdita dell'Europa come potere autonomo potrebbe significare più che soltanto la sostituzione di un centro di potere con un altro. "Se l'Europa fosse veramente perduta e diventasse solo un ricordo", scrive allora, "sarebbe finito anche l'umanesimo. In fondo non posso crederci." Conseguentemente può scrivere nel 1945: "Sto scoprendo per la prima volta dopo decenni dei sentimenti di nazionalismo nel mio petto, naturalmente non tedesco, ma europeo." È questo ciò che intendevo prima, quando ho parlato dell'ambivalenza della volontà europea di sottomissione e di ribellione, solo cinque, sei anni dopo un verdetto che non sarebbe potuto essere più fatalistico: "Vedo come è inarrestabile il processo di dissolvimento della morale statale e della politica di stupro, non credo che alcuna nazione o costituzione del mondo sia al sicuro dal cadere o dall'essere violentata." (1940) Aveva in mente il periodo nazista, ma la storia lo aveva fatto ricredere.

 

La fede nell'opzione europea, nella sfida europea e nella missione europea fu per lui l'ultima parola, dopo che negli anni giovanili ed intermedi aveva dovuto includere esperienze extra-europee, perché rischiava altrimenti di essere soffocato da quello che lo circondava. Negli ultimi anni il vecchio Hesse - l'ho già citato - visse dolorose esperienze con la Cina, che lo arricchirono impoverendolo - e anche l'esempio indiano non lo avrà certo consolato. Rimane da meravigliarsi che non si sia chiuso all'esperienza politica fino agli ultimi giorni della sua vita, neanche all'esperienza di quanto lo spirito e la politica di un popolo e di uno stato possano allontanarsi l’una dall’altro, e che il mondo reale può uccidere il mondo ideale - e come proprio in quel momento l'origine europea ribadisca il suo diritto di primogenitura. Rimane comun-que convinto della necessità di una riconciliazione fra l'Oriente e l'Occidente. E per lui, uno dei primi rappresentanti di quella specie che oggi chiamiamo 'ecologisti', la minacciata devastazione del nostro pianeta diventa sempre di più un incubo. Ma questo sarebbe un altro capitolo.

 

Riassumendo arrivo a due conclusioni principali. La prima: si conferma nuovamente che, per quanto riguarda l'osservazione e la valutazione di correnti e ideologie politi-che attraverso i decenni (forse prescindendo dalla prima fase di formazione) Hesse non fu un osservatore solo del palcoscenico nazionale, ma anche di quello interna-zionale e dei rapporti internazionali; non un osservatore professionista, ma certamente vivace. Raramente - a parte degli USA - il suo senso della realtà ispirato da un'esperienza diretta o indiretta è soffocato da pregiudizi.

La seconda: La valutazione degli stati e delle nazioni va rapportata assolutamente ai tempi, perché è su di essi che si basa. Ho parlato dell'eccezione degli USA. Qui per-cepì una minaccia provenire da un'affinità - diciamo - perversa, mentre era in grado di comprendere e apprezzare tanti altri stati e altre nazioni proprio partendo dalle loro strutture spirituali polarizzate. Anche e proprio la contemplazione della geografia politica mondiale di Hesse permette la conclusione che la comprensione di questo poeta come un essere apolitico si basa su un malinteso, che la sua geografia in realtà abbia una componente genuinamente politica.

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