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Mi attribuirono un misfatto, una cosa di ben poca importanza, che era accaduta in classe e di cui non ero minimamente colpevole, e non potendo indurmi a confessarmene autore, fecero di quella piccolezza un processo di stato, e riuscirono con la tortura e le percosse a tirarmi fuori non la sperata confessione, bensí ogni fede nell'onestà della casta dei professori. Conobbi, grazie a Dio, col tempo anche insegnanti giusti e degni di stima, ma il danno era fatto, e i miei rapporti non solo con i maestri della scuola, ma anche con l'autorità in genere ne furono falsati e amareggiati. In complesso nei primi sette od otto anni fui un buono scolaro, almeno ero sempre tra i primi della classe. Solo con l'inizio di quei conflitti che non vengono risparmiati a nessuno che sia destinato a diventare una personalità, entrai sempre più in urto con la scuola. Quei conflitti li ho capiti solo due decenni più tardi, allora semplicemente me li trovai, di fronte e vi venni coinvolto, contro la mia volontà, come in una grave disgrazia.Il problema era questo: dai tredici anni in poi mi fu chiaro che volevo diventare o un poeta o niente. Ma con altrettanta chiarezza dovetti fare poco alla volta un'altra penosa constatazione. Diventare maestro, pastore, medico, artigiano, commerciante, impiegato postale, o anche musicista, oppure pittore o architetto, era possibile, per tutti i mestieri del mondo c'era una via, c'erano dei preliminari, una scuola, un tirocinio. Solo per i poeti mancava tutto questo! Era bensí permesso, anzi veniva considerato un onore, essere un poeta: cioè un poeta famoso e di successo, e per lo più purtroppo allora si era già morti. Ma diventare un poeta era impossibile, volerlo diventare era una cosa ridicola e vergognosa, come capii ben presto.