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I problemi del gusto, e del carattere, me li ero lasciati dietro da tempo; non c'era nessuno cui il mio linguaggio potesse essere comprensibile. Quegli amici forse avevano ragione rinfacciandomi che i miei scritti avevano perduto di bellezza e di armonia. Parole che mi facevano soltanto ridere... cosa sono bellezza ed armonia per chi è condannato a morte e corre per salvar la pelle in mezzo a muri che crollano? Forse, contro la fede di tutta la mia vita, io non ero affatto poeta, e tutto l'impegno estetico era stato solo un errore? Perché no, anche questo non aveva più importanza. La più parte di ciò che ero riuscito a vedere durante l'infernale viaggio attraverso me stesso era un inganno, era privo di valore; lo era dunque forse anche l'illusione della mia vocazione o delle mie capacità. Com era poco importante questo! E anche ciò che un tempo, pieno di vanità e di gioia infantile, avevo considerato il mio compito, non era più tale. Vedevo che il mio compito, o meglio il cammino verso la salvezza, non si riferiva più alla lirica o alla filosofia o a qualunque altra specialità, ma consisteva soltanto nel lasciare che ciò che era veramente vivo e forte in me vivesse la sua vita, nell'aver fede incondizionata in ciò che sentivo ancor vivere in me. Questa era la vita, questo era Dio.