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ÀÌIo mi occupavo soprattutto di pittura e di magia cinese, ma negli anni seguenti mi dedicai sempre più anche alla musica. Divenne l'ambizione della mia tarda età scrivere una specie di opera in cui la vita umana fosse nella sua cosiddetta realtà poco considerata, o addirittura schernita, e invece ne tralucesse il valore eterno di immagine, di fuggevole travestimento del divino. Mi era sempre stata abituale una concezione magica della vita; non ero mai stato un "uomo moderno", e avevo sempre ginudicato Il vaso d'oro di Hoffmann [Der goldene Topf, racconto di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, 1776-1822, scrittore e musicologo, fa parte dei Phantasiestücke nach Callots Manier, N.d.t.], e certo l'Enrico di Ofterdingen di Novalis [Heinrich von Ofterdingen, celebre frammento di romanzo del poeta romantico Novalis, N.d.t.] più istruttivi di qualunque storia del mondo e della natura (o piuttosto avevo sempre visto anche in queste delle favole affascinanti). Ora però era cominciato per me quel periodo della vita in cui non ha più senso continuare a costruirsi una personalità completa e differenziata in misura superiore, e subentra invece il compito di lasciar risprofondare nell'universo il proprio caro io e, in vista della caducità, inchinarsi agli ordinamenti eterni e fuori del tempo. Esprimere tali pensieri e umori mi sembrava possibile solo attraverso la favola, e la più alta forma di favola era per me l'opera, forse perché nella nostra lingua male usata e moribonda non ero più capace di credere troppo alla magia della parola, mentre la musica mi sembrava pur sempre un albero vivo, sui cui rami crescono oggi ancora frutti del paradiso. Volevo nella mia opera fare ciò che nei miei scritti non mi era mai voluto riuscire perfettamente: dare alla vita umana un senso elevato e incantevole. Volevo esaltare l'innocenza e l'inesauribilità della natura rappresentandone il corso fin là dove è costretta dall'inevitabile dolore a voltarsi verso lo spirito, al lontano polo opposto; e l'oscillare della vita tra i due poli della natura e dello spirito vi si doveva esprimere così sereno, leggero e perfetto come la curva dell'arcobaleno.