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Ma purtroppo non riuscii mai a terminare quell'opera. Mi avvenne per questa come per la poesia: l'avevo dovuta smettere allorché avevo visto che quanto mi sembrava importante dire era già stato detto mille volte più limpidamente nel Vaso d'oro e nell'Enrico di Ofterdingen. Così fu per la mia opera: proprio quando avevo terminato i miei lunghi studi musicali preliminari e avevo messo già diversi abbozzi del testo cercando di penetrare ancora una volta il più a fondo possibile nel senso e nel contenuto suoi propri, improvvisamente scoprii che con la mia opera non tendevo a nulla che non fosse già stato espresso da tempo e magnificamente nel Flauto magico.Misi perciò da parte quel lavoro e mi dedicai tutto alla magia pratica. Se il mio sogno d'artista era stato un'illusione, se non avevo saputo creare né un Vaso d'oro, né un Flauto magico, ero pur sempre un incantatore nato. Avevo penetrato abbastanza a fondo la dottrina orientale di Lao Tse e I Ging da riconoscere la casualità e la mutevolezza della cosiddetta realtà. Ora con la magia piegai questa realtà a modo mio, e devo dire che ne provai molto piacere. Devo però anche riconoscere che non mi sono sempre limitato a quel dolce giardino che chiamiamo magia bianca: di quando in quando la piccola fiamma in me viva mi spinse anche al di là, dalla parte nera.