26/27

All'età di più di settant' anni, subito dopo che ben due università mi avevano conferito la laurea ad honorem, fui trascinato in tribunale per aver sedotto con arti magiche una giovane ragazza. In carcere chiesi il permesso di occuparmi di pittura. Mi fu concesso. Degli amici mi portarono colori e pennelli, ed io dipinsi sulla parete della mia cella un piccolo paesaggio. Ancora una volta dunque ero tornato all'arte; tutti i naufragi che avevo subito come artista non mi poterono minimamente impedire di vuotare ancora una volta l'aureo calice, di erigere ancora una volta davanti a me, come un bambino che gioca, un piccolo caro mondo immaginario e saziarmene il cuore, respingendo un'altra volta ogni saggezza astratta per ricercare la primitiva gioia della creazione. Mi misi dunque di nuovo a dipingere, mescolai i colori e vi intinsi i pennelli; ancora bevvi con rapimento l'infinito incanto: il chiaro suono allegro del cinabro, quello pieno e limpido del giallo, quello profondo e toccante dell'azzurro, e la musica delle loro mescolanze fino al più lontano e pallido grigio. Infantilmente felice continuai il mio gioco creativo dipingendo un paesaggio sulla parete della mia cella. Esso comprendeva quasi tutto ciò che mi aveva dato gioia nella vita, fiumi e monti, mare e nuvole, contadini alla mietitura, e una quantità di altre cose belle di cui soddisfarmi. Ma nel mezzo del quadro passava un minuscolo treno, che si spingeva su per un monte, con la testa c'era già dentro come un verme nella mela, la locomotiva era entrata già in un piccolo tunnel, dal cui imbocco oscuro usciva a fiocchi il fumo.Il mio gioco non mi aveva mai incantato come stavolta. In questo ritorno all'arte scordai non solo che ero un prigioniero, un accusato con poche probabilità di terminare la mia vita altrove che in un penitenziario... dimenticai perfino le mie esercitazioni magiche: mi pareva d'essere sufficientemente incantatore quando riuscivo a creare col mio pennello sottile una minuscola pianta, una piccola nuvola chiara.Intanto la cosiddetta realtà, con cui mi ero ormai guastato del tutto, cercava con ogni mezzo di schernire il mio sogno continuando a distruggerlo. Quasi ogni giorno mi si veniva a prendere, mi si conduceva sotto scorta in ambienti estremamente antipatici, dove in mezzo a una quantità di carta c'erano delle antipatiche persone che continuavano ad interrogarmi, e non mi volevano credere, e mi sgridavano, trattandomi ora come un bambino di tre anni, ora come uno scaltro delinquente.