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Poi divenni libraio, per poter finalmente guadagnarmi il pane. Coi libri almeno ero in migliori rapporti che con la morsa e le ruote dentate che mi avevano fatto tribolare da meccanico. Dapprima l'immergermi nel nuovo e nel nuovissimo della letteratura, o meglio l'esserne sommerso, fu per me una gioia ebbra. Ma dopo un po' non mancai di osservare che nel campo della cultura il vivere nel puro presente, nel nuovo e nel nuovissimo, è insensato e insopportabile, che solo un continuo rapporto con ciò ch'è stato, con la storia, con l'antico e con l'antichissimo, rende possibile la vita dello spirito. Infatti per me, esaurita quella prima sete, fu una necessità dal mare delle cose nuove ritornare all'antico, e così feci, passando dal commercio dei libri nuovi all'antiquariato. Ma rimasi fedele a quella professione solo finché ne ebbi bisogno per campare la vita: quando a ventisei anni riportai il mio primo successo letterario, smisi anche quel lavoro.Ora dunque, dopo tante tempeste e tanti sacrifici, la meta era raggiunta; ero infine, per quanto impossibile fosse sembrato il diventarlo, uno scrittore, e avevo vinto, o così pareva, la lunga tenace lotta col mondo. L'amarezza degli anni di scuola e di quelli della mia formazione, in cui ero stato spesso vicino a soccombere, ora potevo dimenticarla e sorriderne; anche parenti ed amici, che avevano disperato di me, mi approvavano cordialmente.