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Non ho mai dimenticato un piccolo episodio del primo anno di guerra. Ero in visita ad un grande ospedale, dove cercavo una ragionevole possibilità di inserirmi comunque da volontario nel mondo mutato, cosa che allora mi sembrava ancora fattibile. In quell'ospedale incontrai una vecchia signorina, che prima, essendo in buone condizioni economiche, era vissuta da privata, ed ora lí faceva l'infermiera. Mi raccontò con entusiasmo commovente come fosse lieta ed orgogliosa di aver potuto vivere quel grande momento. Lo trovai comprensibile: per quella dama era occorsa la guerra per fare della sua pigra esistenza di vecchia zitella egoista una vita attiva e più degna. Ma quando mi parlò della sua felicità in un corridoio pieno di soldati coperti di fasciature e deformati dalle ferite, in mezzo a sale rigurgitanti di amputati e di moribondi, il cuore mi si rivoltò. Pur comprendendo l'entusiasmo di quella zitellona, non potevo condividerlo, né consentirvi. Se per ogni dieci feriti c'era un'infermiera così entusiasta, la felicità di queste dame era pagata un po' cara.No, non potevo condividere l'entusiasmo per la bellezza dei tempi, e così per la guerra soffrii penosamente dal principio alla fine, e per anni disperatamente lottai contro quella sventura arrivata apparentemente dal di fuori ed a cielo sereno, mentre intorno a me tutti ne parevano quanto mai entusiasti. Quando leggevo nei giornali degli articoli in cui certi scrittori scoprivano la benedizione della guerra, e gli appelli dei professori, e tutte le poesie marziali composte a tavolino da famosi poeti, mi sentivo ancor più infelice.